Prepariamoci a visitare gli apiari di Marco Chiri

Abbiamo diversi apiari, uno qui a Montafia, – spiega Marco Chiri – ne abbiamo a casa, a Villanova, uno a Cocconato e qualcun altro in Valle Po. Per raggiungere un grado di competenza in questo settore non esiste una formula, dipende anche dall’affinità che uno ha, da quanto uno si applica nel cercare prima di comprendere l’organismo con cui ha a che fare.
Perché le api non possono comprendere noi, siamo noi che possiamo comprendere le api. Quindi prima di tutto bisogna cercare già prima di avere una conoscenza piuttosto approfondita che rimane comunque una conoscenza molto, ma molto limitata.
Certo che l’apicoltura “industriale”, perché ormai la maggior parte è industriale, che sia bio o convenzionale cambia di poco: le regine le sostituiscono, le regine le marchiano, usano gli scudi regina, pareggiano le famiglie, reprimono la sciamatura, fanno tutta questa serie di cose. Biodinamico è totalmente un altro approccio: gli altri le regine le tengono un paio di anni, al terzo le sostituiscono, noi abbiamo regine ancora di sei anni.
È difficile dire se le api ti riconoscono, sicuramente l’alveare è un organismo sensibilissimo, oltre misura. Secondo me, nel tempo, quello che cambia è il modo di rapportarsi a loro. Ci sono persone che sono venute a prendere le api da noi e in genere sono stupite da quanto le nostre api siano mansuete. Lo stesso veterinario dell’ASL si è vestito tutto, voleva accendere l’affumicatore mentre io ero in maglietta: “Mamma mia”, mi diceva, “ma come sono mansuete, che cos’è’?”.
Chiaramente più uno lavora in maniera rude, schiacciano magari molte api nel lavorare, non guardano mica niente, schiacciano, perché comunque nei periodi di massimo sviluppo si hanno 50.000- 60.000 fino a punte di 80.000- 100.000 api dentro un alveare: è chiaro che una mole di api così, quando si lavora, se ne ha da tutte le parti. Il discorso del biologico non garantisce un atteggiamento non industriale, c’è la sostituzione con prodotti organici, a volte anche un po’ discutibili.
Noi ci accontentiamo di vivere, a noi non importa del lusso, delle vacanze, della bella macchina, non ci interessano di queste cose. Bisogna essere coerenti, se sappiamo che l’impatto ambientale che abbiamo avuto fino a oggi con lo stile di vita che abbiamo, il sistema di sviluppo che abbiamo avuto non è sostenibile, vuol dire che dobbiamo fare diversamente e prima di tutto ci dobbiamo accontentare, perché se vogliamo andare avanti a consumare eccetera, facciamo discariche, immondizia, quant’altro. Noi siamo in due: io e Daniela, mia moglie, che segue la parte amministrativa, fatture, certificazioni. Riguardo la produzione, in questi anni è cambiato veramente tutto: l’anno scorso si è fatto qualcosa di acacia che erano 5-6 anni che non si faceva niente. Le cose negli ultimi 6-7 anni sono cambiate drasticamente sul discorso delle produzioni, quindi è veramente difficile fare una stima. L’anno scorso abbiamo raccolto col ciliegio, quest’anno non so: qua sul ciliegio ha fatto freddo, a casa mia ha gelato, ho amici che in altri posti neppure sul tarassaco non hanno raccolto, eppure non ha gelato, è troppo difficile capire, non c’è una spiegazione.
Inoltre la gente, nel tempo, non è diventata più sensibile. Oggi la maggior parte cambia un po’ l’orientamento verso il bio però è bio industriale, la cui qualità fa pietà.
In Italia noi consumiamo circa 36.000 tonnellate di miele e ne produciamo circa 17.000, quindi più del 50% è miele che arriva dall’estero. Quello che arriva dalla Cina, quasi la totalità non è miele: questo è stato provato, analizzato, quant’altro. Si tratta di amido, amido del riso, del mais, sono degli amidi.
In Italia, con il tipo di analisi che fanno, non li trovano perché loro li sofisticano in base al metodo di analisi che c’è in quel Paese lì. Se dici che importi del miele in Italia, loro vanno a prendere il protocollo di analisi che c’è qui in Italia e lo fanno in maniera che non li trovi.
Articoli usciti su International e altri giornali a livello mondiale danno il calo del 75% degli insetti. Poi c’è il discorso sull’impollinazione che è sempre un fattore, ma non l’unico fattore e non soltanto delle piante destinate all’alimentazione umana, ma anche e soprattutto dell’ambiente naturale, che è importante anche quello: va impollinato anche l’ambiente naturale, non solo le coltivazioni. Se vediamo il mercato che c’è nell’impollinazione, nel comprare nuclei per impollinare, in America sui mandorli sono impollinati tutte dalle api e stanno studiando dei droni in forma di api, i robot… D’altronde in Cina è già un po’ che impollinano a mano… chiaramente ci sono realtà preoccupanti”.

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