Seminario in video conferenza con Salvatore Ceccarelli

Il seminario si è tenuto martedì 15 maggio 2021

Riportiamo di seguito la trascrizione del seminario tenuto in video conferenza


“Nel libro, ‘Seminare il Futuro’ che ho scritto scritto insieme a mia moglie, un paio di anni fa, si parla di semi e di futuro. Il futuro, che in realtà è già in parte presente, è dominato dai problemi di cui tutti siamo a conoscenza: il cambiamento climatico, l’acqua che diminuisce sempre di più, la povertà, il cibo malsano, le due facce della malnutrizione (chi mangia troppo e chi mangia troppo poco), la perdita di biodiversità e il motivo che noi trattiamo nel libro è che il seme è al centro di tutti questi problemi. Di questi vorrei soffermarmi soprattutto su due in particolare: il primo è il cambiamento climatico, del quale si dice molto, ma non si dice abbastanza spesso che si tratta di un fenomeno estremamente complesso, perché con il cambiare delle temperature della terra cambiano anche malattie ed insetti, compresi gli impollinatori e le erbe infestanti per cui è un cambiamento talmente complesso che diventa difficile per la ricerca affrontarlo. Anche perché molto probabilmente rappresenterà un obiettivo diverso da affrontare in modo diverso: si sa, ad esempio, che la temperatura aumenterà di più alle alte altitudini che non nelle pianure. L’altro grosso problema di cui soffriamo come conseguenza è la biodiversità. Una rivista abbastanza importante recentemente ha messo in relazione i due aspetti estremi della perdita di biodiversità, cioè la deforestazione e l’estinzione della specie, con la maggiore probabilità delle pandemie. E qui c’è una vera e propria contraddizione nella scienza perché da un lato molti lavori scientifici ci dicono che la biodiversità è essenziale per la sicurezza alimentare, quindi per la salute, dall’altro è importante per la resilienza delle aziende agricole; e dall’altro, la scienza, che è quella di cui mi sono sempre occupato, il miglioramento genetico, è andata negli ultimi 70-80 quasi esclusivamente verso l’uniformità. Oggi i grandi assassini della biodiversità sono oltre che il taglio degli alberi, la caccia, la pesca, ma come seconda viene l’agricoltura. E nonostante tutte queste evidenze scientifiche noi coltiviamo uniformità, perché ci dicono che questo è una sorta di male necessario per sfamare il mondo. In realtà questo non è vero e che non sia vero ce lo dicono 5 organizzazioni internazionali: la FAO, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, il programma mondiale del cibo, l’Unicef e IFAD: congiuntamente pubblicano tutti gli anni questo report sullo stato della sicurezza alimentare nel mondo e sia il numero che la percentuale delle persone che soffrono la fame nel mondo sono tornate, dal 2014-2015, ad aumentare. Oggi si comincia a sospettare che anche questa della sicurezza alimentare sia un po’ un mito perché oggi produciamo già cibo per 14 miliardi di persone. Solo che ci sono persone che, a fronte delle 2300 calorie circa di cui abbiamo bisogno per vivere bene, ne consumano 4000 e ovviamente ce ne sono altre che ne consumano soltanto 1000. Quando si parla della necessità di aumentare le produzioni agricole, necessità che poi vengono per utilizzate oggi per giustificare OGM e nuove tecniche di breeding, ci si dimentica che noi già buttiamo il 30% della produzione agricola, che da sola servirebbe per sfamare 400 degli 800 milioni di persone che stasera andranno a letto senza mangiare. Naturalmente i Paesi del Nord sono i grandi spreconi, io ho vissuto per molti anni e ho frequentato tantissimo i Paesi in via di sviluppo, ecco, la massa di rifiuti che vedete in Europa in questi Paesi non si vede. Questo tipo di agricoltura, quindi non solo non sfama il mondo, ma è anche dannoso per la salute, e lo è per l’uso della chimica e per il tipo di cibo che produce. Sono i medici a dirci che 9 delle 12 sostanze chimiche più pericolose al mondo sono pesticidi, bambini e adolescenti sono quelli che pagano il prezzo maggiore. Recentemente si è cominciato a sottolineare che non è più un problema di residui, hanno studiato donne che appartengono a famiglie che vivono nel raggio di 2 km da dove si usano pesticidi, le hanno studiate da 3-4 mesi prima della gravidanza fino a 1 anno di età dei bambini e da un grandissimo campione è uscito fuori un aumento della probabilità di avere bambini autistici incredibile. E loro hanno studiato l’effetto di 11 pesticidi. Di fronte a questa apparente diversità che vedete nei supermercati, in realtà si nasconde un’enorme uniformità perché tutta quella roba lì, fondamentalmente il 60% di quello che noi mangiamo viene da grano, riso e granoturco e in queste 3 specie il miglioramento genetico ha enormemente ridotto la biodiversità perché quando voi vedete questi campi dovete immaginare queste piante come tutti gemelli identici, cioè dal punto di vista genetico sono fotocopie l’uno dell’altro. C’è un altro aspetto della biodiversità che è molto collegata all’agricoltura ed è la biodiversità che è nel nostro intestino, questo miscuglio di batteri, lieviti, virus, dalla cui composizione e complessità dipende la nostra salute sia fisica che mentale. E quando parlo di salute mentale intendo ansietà, depressione, schizofrenia, autismo, qualità della vita. Questi aspetti del nostro microbiota intestinali – composizione e diversità – sono in realtà nelle nostre mani, perché cambiando la dieta lo possiamo cambiare a nostro piacere. Quindi quando decidiamo di andare a fare la spesa, in funzione di dove andiamo e di che cosa mettiamo nel carrello, non soltanto facciamo un’azione nei confronti del cambiamento climatico, ma nei confronti anche del nostro microbiota. Oggi si parla spesso di diete, ci sono idee molto contrastanti, ma il punto su cui tutti sembrano essere d’accordo è che un sano microbiota intestinale dipende dalla diversità della dieta. Quindi questo tipo di agricoltura non sfama il mondo, è dannoso per la salute e anche per il pianeta. Infatti l’agricoltura contribuisce per il 49% all’emissioni di gas serra a cui si aggiunge che unendo i trasporti di derrate alimentari o di prodotti chimici per l’agricoltura, il contributo aumenta ancora. L’agricoltura biologica può essere la soluzione, la biologica, l’agricoltura biodinamica; come sapete, anche in epoca recente sono criticate sulla base del costo, delle produzioni e della necessità di avere più superfici per sfamare il mondo, e sono tutte delle vere e proprie bugie che posso essere smentite. Per esempio, quest’articolo della Repubblica che diceva che chi al supermercato acquista prodotti biologici crede di scegliere un prodotto vantaggioso per la salute o l’ambiente ma non ci guadagna né l’una né l’altra.
In realtà c’è questo studio che fa parte della meta analisi, cioè è a sua volta il riassunto di tantissimi studi scientifici e qui si è confrontata l’agricoltura convenzionale con quella organica sulla base della produzione, qualità del terreno, l’uso della biodiversità, l’inquinamento delle acque, i danni alle persone che lavorano in agricoltura, l’uso dei pesticidi ecc. E la lunghezza di questa sorta di petali rappresenta un aspetto positivo mentre i petali corti rappresentano un aspetto negativo. Come vedete, l’agricoltura biologica batte quella convenzionale 11: 1. L’unico petalo che è un po’ più lungo è quello della produzione. In quell’articolo su Repubblica si parlava della qualità convenzionale è questo petalo e come vedete è quasi simile. Come dicevo questo è uno studio che si basa su molti studi, in particolare la qualità nutrizionale si basava su 15 pubblicazioni scientifiche, delle quali 12 dicevano che il cibo bio è più nutriente, 3 che non ci sono differenze tra cibo bio e cibo convenzionale e quell’articolo di Repubblica parlava solo di queste 3. Ma ovviamente se i lettori non conoscono questo lavoro tendono a crederci. Un altro lavoro molto interessante è questo studio comparso in Francia l’anno scorso, o l’anno prima. E’ uno studio su quasi 70.000 persone, che è durato circa 17 anni, e ha studiato l’insorgenza di nuovi tipi di tumore in questo periodo di 17 anni in queste circa 70.000 persone. Sono comparsi 1340 casi di cancro, soprattutto tumori al seno perché, in questi campioni, le donne erano più rappresentate. Però questo studio ha dimostrato che chi mangiava regolarmente cibo bio aveva minore probabilità di contrarre il cancro. L’altra critica, che avremmo bisogno di più terreni per sfamare il mondo, c’è questo nuovo schema che ha cercato di incastrare 4 processi, cioè il convertire il terreno all’agricoltura biologica, il ridurre gli sprechi alimentari, il ridurre la quantità di terreno per alimentare gli animali e l’effetto del cambiamento climatico. Tutti i quadratini in marrone, rosso o arancione sono le combinazioni per cui c’è bisogno di più terreno, ma vedete che ci sono tante combinazioni blu in cui, in realtà, c’è bisogno di meno terreno. E tutta una serie di combinazioni gialle in cui il terreno necessario non cambia. Per cui, tenendo conto di questi 4 fattori e il modo in cui si combinano, in realtà, si può sfamare il mondo anche con il 100% di biologico. E questo modello ha un grosso difetto, cioè non considera che uno dei grossi problemi dell’agricoltura biologica e biodinamica è che non esistono varietà adatte a questo tipo di agricoltura per cui se si usassero queste varietà si potrebbe diminuire il gap produttivo che attualmente esiste e quindi questo modello potrebbe essere addirittura più positivo. Il fatto poi che l’agricoltura biologica produca di meno dipende dalle circostanze. Questo lavoro fatto negli Stati Uniti, è uno degli esperimenti a lungo termine che vanno avanti per tantissimi anni. In questo esperimento hanno isolato le annate più siccitose e qui le colonne marrone sono l’agricoltura convenzionale, quelle blu sono l’agricoltura biologica, basata sulle leguminose, e quella verde è l’agricoltura biologica basata sul letame. Come vedete, in questi anni siccitosi l’agricoltura biologica è sempre produttiva per un motivo molto ovvio: l’agricoltura biologica, e ancor di più quella biodinamica, migliorano la struttura del terreno, migliorando la struttura del terreno, migliora la capacità di trattenere l’acqua per cui lo stress agricolo si risente mento. Ovviamente tutti questi discorsi, queste critiche miravano a una conclusione attesa: con gli OGM potremmo risolvere tutto. Quello che molti non sanno è che è vero che oggi gli OGM sono coltivati su 190 milioni di ettari, ma di che cosa parliamo esattamente? Parliamo fondamentalmente di 4 colture: soia, cotone, colza e granoturco. Colture che servono per alimentare gli animali e una delle quali a vestirci. La soia la fa da padrone – occupa quasi 100 milioni di ettari – poi ci sono 50 milioni di ettari di granoturco e molto pochi, circa 2 milioni di ettari, fra barbabietola da zucchero, patata, mela, zucca, papaya, melanzane. Poi l’altra cosa che spesso si dimentica è questi OGM sono stati modificati per che cosa? Il 45% dell’intera superficie coltivata a OGM è coltivata con OGM tollerante agli erbicidi; un altro 12% con OGM resistenti agli insetti; e un altro 42% con OGM tolleranti agli erbicidi e agli insetti. Per cui l’87% dell’intera superficie coltivata a OGM è seminata con OGM resistenti a erbicidi. La società americana che si occupa delle erbe infestanti pubblica uno studio/ report alla fine di ogni anno che ci dice che attualmente ci sono 519 casi di infestanti resistenti agli erbicidi; le infestanti hanno evoluto resistenza a 23 dei 26 principi di azione degli erbicidi; e infestanti resistenti agli erbicidi sono state trovate in 94 colture in 71 Paesi. Cioè noi abbiamo utilizzato questa tecnica degli OGM per affrontare un nemico, le piante infestanti, che in realtà hanno la straordinaria capacità di evolvere resistenza. Cioè mettiamo insieme un gatto che si morde la coda. E infatti l’uso globale di glifosato nel mondo è schizzato, tanto è vero che la Monsanto ha dovuto chiedere un aumento del livello di tolleranza del glifosato e ovviamente, aumentando l’uso del glifosato, aumenta il numero delle infestanti. Fondamentalmente il concetto industriale della obsolescenza programmata, cioè tu produci una cosa e sai che nel giro di pochi anni, comunque, il giocattolo si rompe e hai bisogno di un altro giocattolo. E questo, la teoria della Selezione ce lo dice da quasi 100 anni. Fisher, nel 1930, ha elaborato questo Teorema Fondamentale della Selezione Naturale che è il principio biologico che ci dice che gli OGM, ma nemmeno le nuove tecniche di breeding, non possono essere la soluzione, proprio biologicamente non possono esserlo, perché questo teorema dice che quando l’ambiente che circonda degli organismi viventi (e non dobbiamo mai dimenticare che erbe infestanti, insetti e funghi sono esseri viventi) cambia, questi organismi, se hanno sufficiente diversità genetica, si evolvono per adattarsi al nuovo ambiente. C’è una documentazione scientifica vastissima che ti dice che questo è quello che succede. Quindi, nella migliore delle ipotesi, un OGM rappresenta una soluzione immediata a un problema, ma ne crea uno ancora più grosso. E questo è lo stesso fenomeno che succede con la resistenza dei batteri agli antibiotici. Il problema è che noi non impariamo le lezioni. Paul Hermann Mueller è un chimico svizzero che diventò molto famoso nel 1939, quando scoprì che il DDT uccide gli insetti. A quei tempi la malaria era già un problema globale per cui lui, nel giro di 9 anni, vince il Premio Nobel (in un tempo rapidissimo per ottenere un Nobel). Il problema è che Paul Hermann Mueller non fece nemmeno in tempo ad andare a Stoccolma perché erano già comparse le prime mosche resistenti al DDT. E quindi si capì che il DDT non sarebbe servito per risolvere il problema della malaria.  Siccome queste critiche agli OGM che favoriscono l’insorgenza di queste razze di insetti, funghi e erbe infestanti si sta diffondendo, la stessa senatrice che accusava il biologico, in un articolo successivo, diceva “ora possiamo cambiare poche lettere del DNA e rendere la pianta resistente a parassiti”. Ovviamente una formulazione del genere colpisce molto l’immaginario del lettore. Fondamentalmente quello che dice è se c’è questo gene che ha effetti indesiderabili, noi abbiamo oggi delle tecniche per sostituirlo con uno che invece quegli effetti indesiderabili non li produce. Solo che quello che non ci dicono, e che invece molto lavori scientifici hanno messo in evidenza, è che non è una tecnica così precisa come si vuole far credere. Tutte le volte che si va a modificare un pezzettino del DNA, si provocano dei cambiamenti in altre zone del DNA, cambiamenti che sono imprevedibili e dannosi. Anche ammesso e non concesso che un giorno la tecnica diventi precisa, senza procurare questi danni collaterali, questa tecnica dimentica che gran parte dei caratteri più importanti nelle piante e negli animali sono in realtà controllati da molti geni in molte zone del DNA. Per cui non è pensabile che cambiando un solo gene uno provochi questi effetti positivi. Di fronte a questa prima critica si è detto che può servire nel caso della resistenza a malattie e insetti e quindi ridurre l’uso dei pesticidi, ma solo gli stessi fautori di queste tecniche che, con le loro ricerche, hanno dimostrato che anche la resistenza alle malattie e insetti è, dal punto di vista genetico, molto complicata. Per cui abbiamo un problema di precisione, un problema di caratteri controllati da molti geni, ma anche per quei caratteri che eventualmente sono controllati da un solo gene, ritorniamo al Teorema Fondamentale della Selezione Naturale per cui ritorniamo nel determinare dei cambiamenti che sono alla portata delle capacità evolutive degli organismi che intendiamo controllare. Cioè sono soluzioni talmente semplici che all’insetto, all’erba infestante, al fungo che provoca una malattia, non gli ci vuole molto per superare e non vi sembra strano che se queste tecniche veramente offrivano queste enormi prospettive questo report (The state of Food Security and Nutrition in the World) non ne doveva parlare? Seppure questo è un report di 200 e passa pagine, non trovate cenno né di OGM né di nuove tecniche di breeding. Invece si parla di agroecologia, di cibo ecologico e di prodotti biologici. Per cui, siccome alla base di tutto questo, c’è un certo modo di fare miglioramento genetico, bisogna ripensare a come si producono le varietà che poi danno il nostro cibo ma possono provocare anche dei danni al pianeta.

Come si fa il miglioramento genetico? In genere uno fa tantissimi incroci, crea molta diversità, fa la selezione e produce nuove varietà. Il punto su cui volevo attirare la vostra attenzione è che tutto questo lavoro si fa all’interno delle stazioni sperimentali. E voi avete un grosso problema, perché voi state all’interno di una stazione sperimentale, ma dovete fare varietà per il mondo circostante che è molto diverso: le montagne, le pianure, i terreni aridi, con abbondanza di acqua, poco fertili ecc. Come fate ad affrontare da una stazione sperimentale tutta questa diversità che sta all’esterno? E qui entra in giovo lo straordinario uso della chimica. Perché con la chimica voi cominciate a modificare questi ambienti, li rendete più o meno simili, e allora, con un miglioramento genetico fatto in un solo centro, riuscite a produrre le cosiddette varietà ad ampio adattamento, dove ampio significa geografico, perché, dal punto di vista agronomico, la chimica ha reso tutti questi ambienti abbastanza simili. Tutto questo fa molto comodo a un sistema sementiero centralizzato – le grandi ditte sementiere – ma soprattutto sposa indissolubilmente i semi alla chimica e non a caso, nelle fusioni recenti, tipo la Monsanto e la Bayer, grandi ditte che vendono soprattutto semi si fondano con grandi ditte che producono soprattutto chimica. E in questo modo determinate tutti quei danni al pianeta e alla salute di cui parlavamo prima. Tutto risale al modo in cui si fa la ricerca. Quello che io e mia moglie abbiamo cominciato a fare, nei lunghi anni in cui abbiamo lavorato in Siria, è proprio di modificare radicalmente questo modo di fare miglioramento genetico, intanto rispettando il fatto che questi mondi sono tutti diversi e quindi cercando di fare varietà diverse, ciascuna adatta a questi diversi ambienti. Quindi senza usare la chimica per modificare questi ambienti, quindi facendo varietà adattate in modo specifico. Immaginate subito quello che questo ha come effetto sulla biodiversità, perché ovviamente ci saranno varietà diverse in diversi posti, anziché una che, grazie alla chimica, se la cava un po’ dappertutto. Questo si presta ad un sistema sementiero decentralizzato – e quindi, per questo, non è molto popolare – com’è il sistema sementiero informale, ma soprattutto disconnette il seme dall’uso della chimica. Questo naturalmente richiede anche la partecipazione degli agricoltori ed è quello che è noto come miglioramento genetico partecipativo. E questo l’abbiamo fatto in tantissimi Paesi, in contesti diversi. Ovviamente, in Siria, è il Paese da cui abbiamo cominciato -in Giordania ancora prosegue, in Iran ancora prosegue- e l’abbiamo fatto su tantissime specie diverse: cereali, leguminose, piante da orto ecc. Poi abbiamo cominciato a farlo anche in Italia, in Sardegna, in Toscana, questi sono i fagioli rampicanti in Basilicata, questo il pomodoro in diverse regioni d’Italia; questo è un progetto europeo recente in Basilicata, questo è il riso nelle province di Vercelli e Pavia e sono stati 20 anni di grossi successi presso gli agricoltori. Ma di grandi insuccessi presso le istituzioni: le istituzioni di questo modello non ne vogliono sentir parlare. Noi per molti anni ci siamo angosciati del fatto che non riuscivamo a convertire le istituzioni, convincendole delle basi scientifiche di questo processo. In realtà, soltanto in epoca recente ci siamo resi conto che noi, con questo modello, avevamo trasferito molto del potere decisionale dai ricercatori agli agricoltori e questo, naturalmente, a molte istituzioni non andava bene. Ed è stato a questo punto che abbiamo deciso di combinare partecipazione ed evoluzione riscoprendo una ricerca che, spesso e volentieri, io e mia moglie veniamo presentati come quelli che hanno scoperto il miglioramento genetico evolutivo, in realtà non abbiamo scoperto nulla, questo era già stato teorizzato: il primo lavoro scientifico è del 1929. Fondamentalmente c’è stata dal 1929 un’enorme quantità di lavori scientifici, che dimostra che coltivando un campo con questa straordinaria diversità ha tutta una serie di vantaggi. Il nostro meglio è stato quello semplicemente di mettere in pratica tutto questo. Questa è una delle popolazioni che avevamo fatto quando eravamo in Siria, ne avevamo fatte 3: una di orzo, una di frumento tenero, una di frumento duro. Fondamentalmente quello che succede qui dentro, siccome le piante sono tutte diverse e qualche incrocio occasionale -anche nelle specie tipo frumento, riso e orzo, che normalmente non si incrociano, (ovviamente nel caso del mais questo succede normalmente)- avviene sempre, il seme che voi raccogliete da questi campi non è mai esattamente lo stesso di quello che avete seminato dal punto di vista genetico, cioè le popolazioni si evolvono e si evolvono adattandosi gradualmente a quella complessità del cambiamento climatico che descrivevo prima. Indipendentemente dal fatto che il cambiamento climatico avvenga in modi diversi in luoghi diversi, voi questo lo seminate in luoghi diversi e prenderà strade diverse. Siamo sicuri che prenderà strade diverse? E’ vero che il miglioramento genetico evolutivo funziona e che le popolazioni evolutive evolvono? Guardate questi due campi, sembrano seminati con varietà diverse: il seme che è stato utilizzato qui, 10 anni prima era tutto in un solo sacchetto di 20 kg, che poi è stato dato ad un agricoltore siciliano e ad un agricoltore toscano, che per 10 anni hanno continuato a coltivarlo utilizzando i loro semi. Dopo 10 anni, abbiamo comprato un po’ di semi dal siciliano e un po’ di semi dal toscano, li abbiamo seminati uno accanto all’altro e guardate cosa è successo: il siciliano è un po’ più basso, di un colore verde più pallido, un po’ più precoce, molto resistente all’allettamento, il toscano forse è più produttivo, ha un colore verde più scuro, è un po’ più tardivo e suscettibile all’allettamento, tanto è vero che adesso li stiamo mescolando i due. Il punto che volevo sottolineare è che questi, evolvendosi, diventano veramente figli del territorio in cui si evolvono. E gradualmente questi si sono diffuse in tutta l’Italia e, non era del tutto atteso, ma hanno dato luogo a tutta una serie di filiere, dimostrando che, coltivando queste popolazioni, si poteva fare anche reddito. Molti lo chiamano “Miscuglio di Aleppo”, ricordando da dove è venuto, per cui ci sono farine, paste di diverso tipo, questo è un pane che si chiama “Pane e miscuglio di Aleppo”, questa è un’altra ditta in Veneto, questo è un altro mulino in Abruzzo, questo, recentemente, ha cominciato a produrre farina in Puglia, si usa questo simbolo, un pane prodotto qui nelle Marche e qui siamo stati recentemente in Puglia, io e mia moglie, con questo fornaio di Sansevero che ha cominciato con molto successo a produrre questo pane e, tornando a tutti i problemi di cui parlavo prima, siccome tutte queste popolazioni diventano molto alte, controllano molto meglio le infestanti e, a causa della loro diversità, malattie e insetti si diffondono molto lentamente e di fatto non richiedono chimica. Adattandosi perfettamente in agricoltura biologica colmano quel gap -dicevo prima, non ci sono varietà adatte al biologico- ecco, queste, potrebbero rappresentare la soluzione. E quindi diventano una strategia economica e dinamica per combattere il cambiamento climatico, ma soprattutto riportano il controllo del seme nelle mani dei contadini. Perché a questo punto, non tanto per motivi ideologici, quanto per motivi squisitamente biologici, non conviene più all’agricoltore andare a comprare il seme al mercato, perché non ci può essere biologicamente seme migliore di quello che continuamente ti si evolve sotto i piedi nel tuo terreno, col tuo clima, col tuo modo di fare agricoltura.

Questo noi lo stiamo facendo anche all’estero. Uno dei Paesi in cui questa idea si è diffusa più rapidamente è l’Iran, dove abbiamo popolazioni evolutive di frumento e di orzo, e più recentemente una popolazione evolutiva di riso. E poi c’è questo progetto internazionale cui accennavo prima che ci collegassimo: in Uganda, Etiopia, Giordania, Iran, Buthan e Nepal su fagiolo, orzo, frumento e riso, a seconda dei Paesi – non tutte le specie in tutti i Paesi. C’è stata tantissima ricerca che ha dimostrato i benefici agronomici di coltivare biodiversità: l’adattamento dell’epoca di spigatura, l’aumento di produzione, l’aumento della resistenza alle malattie e soprattutto la stabilità della resa, perché con tutta questa diversità si riesce meglio a tollerare i cambiamenti del tempo da un anno all’altro. Questo potrebbe anche diventare un modello di miglioramento genetico per il biologico – come dicevo, di fatto non esiste. Ora abbiamo superato anche i cerali nel senso che ci sono popolazioni di fagiolo, di pomodoro, di zucchine, di ceci, di lenticchie. Recentemente, un agricoltore siciliano mi ha telefonato, dopo avermi sentito, non ha avuto il coraggio di dirlo in pubblico, lui produce mandorle in provincia di Enna e mi dice che lui ha dei fornitori che gli richiedono un miscuglio di diverse varietà di mandorle, perché macinando questo miscuglio viene fuori un profumo e un aroma, che le singole varietà non possiedono.

Adesso stiamo pensando anche al futuro, di combinare popolazioni di cereali e di leguminose e di farle evolvere in consociazione. E questo tra l’altro era previsto, c’è questo lavoro scientifico del 2015, che prevede che in futuro si vada verso la coltivazione di specie diverse contemporaneamente. Per cui ci sono anche ricercatori che pensano che questo sia il futuro proprio per contrastare il cambiamento climatico e per ridurre il più possibile l’uso della chimica e mantenere la redditività dell’agricoltura.

In conclusione:

Le popolazioni evolutive
-diminuiscono la vulnerabilità delle nostre colture riportando diversità nei campi
-adattano le colture ai cambiamenti climatici
-riportano il controllo dei semi nelle mani dei contadini

E, ultimo, ma molto importante: le popolazioni evolutive non si possono brevettare perché cambiano continuamente.
Quindi, ritorniamo all’idea che uno dei motivi per cui si è corsi verso l’uniformità non ha nulla di biologico; serviva semplicemente per avere qualcosa che si potesse brevettare.

DOMANDE

Come vi hanno accolto all’inizio soprattutto le popolazioni di quei Paesi tipo in Oriente, quindi di cultura diversa, e qual è stata la loro reazione quando si sono resi conto del fatto che questo lavoro li portava ad essere indipendenti e ad avere la sovranità su quello che era la produzione?

C’è stata una risposta contrastante da parte dei contadini rispetto ai governi, le istituzioni, i ministeri eccetera. Nel senso che i contadini hanno visto immediatamente, in tutto questo, una sorta di ritorno all’indipendenza, mentre per molti governi significava perdere il controllo del contadino. Quindi, ad es. quando il ministero agricolo siriano ha scoperto che, con questo lavoro, i contadini siriani avevano ricominciato a produrre il proprio seme e a venderlo al vicino, è partita immediatamente una lettera del direttore al nostro Istituto, dicendo che il lavoro che io e mia moglie stavamo facendo metteva in crisi la sicurezza alimentare del Paese. In Iran, in Giordania, in questi Paesi dove abbiamo cominciato, In Giordania, Etiopia, Iran lavoravamo da tempo, in Uganda avevamo fatto dei … in passato per cui non era tutto nuovo, in Buthan e Nepal il concetto era completamente nuovo ma è stato accettato molto bene. In Europa c’è stata recentemente un’apertura perché nel 2014 la Commissione Europea ha autorizzato una sperimentazione temporanea sull’uso delle popolazioni, inizialmente su 4 specie (frumento, riso, avena e orzo) e nel 2018 ha promulgato un nuovo regolamento del biologico, che doveva entrare in vigore il 1 gennaio 2021, ed è stato slittato di un anno, e con questo regolamento sarà possibile coltivare in biologico quello che il regolamento definisce materiale eterogeneo, cioè fondamentalmente …. miscugli. Quindi è in atto una vera e propria rivoluzione, adesso noi ci aspettiamo che ci sia qualche forma di resistenza da parte delle ditte sementiere nel momento dei decreti attuativi, però mi dicono che un regolamento europeo è, di fatto, legge per i diversi Stati membri, in cui non potrà essere modificato più di tanto. Si tratterà di vedere come poi quali potranno essere i meccanismi perché c’è una componente sociale importante, nel senso che quell’unità di contadini che vivono in una zona abbastanza omogenea, quello che noi pensiamo dovrebbero fare è gestire queste popolazioni come comunità piuttosto che come contadini indipendenti, anche perché per le comunità, scambiandosi ogni tanto il seme, si riesce molto meglio a conservare la biodiversità, che è il segreto, la carta vincente di queste popolazioni, cioè tenendole sempre nello stesso posto c’è il rischio che un po’ di quella biodiversità diminuisca, però, in teoria, uno può assumere che diminuisce un certo modo da me, in un modo diverso da te per cui, se ci scambiamo i semi, riusciamo a ripristinare quella biodiversità che è la garanzia, la carta vincente per il futuro.

Io troverei così semplice per tutte le persone capire i danni del glifosate, mi sembra un discorso così facile per degli italiani che mangiano tanta pasta dire per lo meno appuro che nella pasta che mangio non sia stato usato grano coltivato col glifosate. E sono sempre stupita del fatto che questo discorso non emerga come discorso facile, popolare.

Meraviglia molto anche me. C’è uno studio che fa vedere come l’uso del glifosate uccide il terreno, c’è un lavoro molto bello sui lombrichi che fa vedere come, dopo l’applicazione degli erbicidi, la popolazione dei lombrichi diminuisce con una rapidità incredibile. Dall’altro, c’è quello studio che dicevo prima, fatto in California dove si dimostra che non è soltanto il mangiare un cibo o residuo di pesticidi, ma semplicemente vivere, cioè respirare; per cui, se fa male quello, pensa un po’ quando te lo mangi. Io vivo nelle Marche, a poca distanza da Ascoli Piceno, a non molta distanza da qui c’è una vallata molto famosa, la Valdaso, famosa per la produzione di ortofrutta con un uso di pesticidi tale che, mi dicono, non si poteva andare in macchina per quella vallata con i finestrini delle macchine aperte, perché non si respirava. Oggi, in quella vallata, c’è una frequenza di Alzheimer tra i vecchi contadini che è impressionante. Per cui i dati esistono. Se si consente di fare pubblicità sulla base di “ah, abbiamo un po’ di residuo, ma un po’ meno di quello tollerato”, come vengono calcolati questi residui? Io vi inviterei a segnarvi questo nome: Patrizia Gentilini. Lei ha fatto tantissimi studi sugli effetti cancerogeni ….  pesticidi e sono soprattutto i bambini a pagare il prezzo maggiore. La risposta è che dietro ci sono talmente tanti interessi… pensa, la Monsanto fatturava intorno ai 10 miliardi di dollari di semi e intorno ai 2,5 miliardi di pesticidi; la Bayer fatturava circa 9 miliardi di pesticidi e circa 1,5 miliardo di semi: erano fatti uno per l’altro. Adesso fatturano 15 miliardi di dollari di semi e 15 miliardi di dollari di pesticidi… io ti vendo l’uno e l’altro… ti posso vendere del seme che non ha bisogno di pesticida? Qui parliamo di una sola grande corporazione che fattura 30 miliardi di dollari. La Wolmat fattura 450 miliardi di dollari di cibo in cui vanno a finire dentro quelle cose, quindi, ovviamente, a questi che gli ci vuole per comprarsi la pubblicità, a negare l’evidenza, hanno un tale potere. Se queste popolazioni si diffondono al di sopra di un certo numero di ettari vedrai che cominciano a spararci… io me ne sono accorto con quel tipo di miglioramento genetico che descrivevo prima. 1995, vado a un convegno in Olanda, e parlo di coinvolgere, di fare dei contadini i miei collaboratori nel fare miglioramento genetico. L’idea piace molto, io ero l’ultimo oratore prima della pausa caffè, esco a prendere il caffè, mi si avvicina il rappresentante del governo tedesco e, di fatto, mi offre 750.000 marchi tedeschi per un progetto che coinvolgesse anche gli agricoltori. Da quel momento, io, per 5-6 anni dovunque battevo a cassa, quindi dalla Tunisia, Marocco, Yemen, quando i Paesi sono diventati 7 o 8 tutte quelle porte che si erano aperte così facilmente, hanno cominciato a chiudersi. Perché a un certo punto abbiamo escogitato questa possibilità per riportare diversità nelle mani dei contadini, che loro potevano gestirsi in maniera autonoma? Perché a un certo punto hanno cominciato a tagliarci i fondi.

Però il grosso vantaggio delle popolazioni evolutive, e che secondo me a Bruxelles non hanno capito, infatti spesso dico-scherzando, ma non troppo- che se i funzionari di Bruxelles, che sono venuti fuori con questa legge sul biologico, si fossero presentati al mio esame di genetica quando ero Professore universitario, probabilmente non l’avrebbero superato, perché nel modo in cui l’hanno scritto si capisce che non hanno capito che una volta che queste popolazioni cominciano a diffondersi, cambiano continuamente e cambiano nelle mani diverse di ogni contadino. Come fai a controllare una cosa del genere?

Quindi dobbiamo essere contenti?

Ma certo! Dobbiamo cercare di evitare che qualcuno cominci a mettere dei paletti: lo scambiarsi seme è una cosa da fare con molta attenzione, perché purtroppo i semi, oltre a essere un gran dono – pensa che fino a poco tempo fa, in Etiopia, se una donna si sposava al di fuori del villaggio, portava in dote i semi. Questo è il significato che in quel mondo si dà ancora al seme. Il pericolo che io vedo è nel limitare le possibilità che si trasferiscano semi. Quello cui bisogna prestare sempre attenzione è che i semi portano con sé anche malattie. In tutte le regioni, anche in Italia, c’è un servizio fitosanitario, se io voglio comprare del seme o tu lo vuoi donare, basta che tu dia un campione all’ufficio fitosanitario, quelli lo esaminano, ti rilasciano un certificato che il seme è sano, punto e basta. Che il seme poi appartenga alla varietà A, alla varietà B, che sia un miscuglio, una popolazione è una cosa fra me e te; quello che bisogna evitare è che vadano in giro malattie perché, se si dovesse dimostrare che in questo scambio di semi si sono diffuse malattie, ovviamente comincerebbero a sparare allo zero.

Claudio, di Cascina Danesa, si è ispirato nell’impostare il suo lavoro.
Io ho visto Salvatore Ceccarelli anni fa, a una conferenza, a Fa’ la cosa giusta a Milano. Io sono in Piemonte, in provincia di Torino, ho un’azienda agricola biologica con mio fratello, con cui abbiamo iniziato con frutta, un po’ di anni fa, e poi, per mia passione personale, ci siamo allargati un po’ a tutto il mondo dei seminativi, cereali, in primis, poi legumi. Facendo biologico, i legumi sono, dal punto di vista agronomico, quasi indispensabili all’interno delle rotazioni colturali”.

Ti chiedevo perché in provincia di Vercelli abbiamo un bel progetto con il riso, l’azienda Una Garlanda.

Sì, li conosco. Poi ho avuto modo di avvicinarmi alle conseguenze del discorso della selezione partecipata piuttosto che selezione evolutiva perché qui ci sono altri colleghi qua in Piemonte che già coltivavano, prima di me, miscele di grani, soprattutto, e quindi da lì, un po’, sono partito. Ispirandomi a questo discorso qua, ho allargato il discorso miscele anche ai mais e si è creata un’ulteriore popolazione molto diversa dalle partenze, nel senso che poi, grazie alla Rete Semi Rurali, ero stato inserito all’interno di un progetto per la riproduzione di mais che arrivavano da varie parti del pianeta

Ti posso dire da dove arrivavano perché ero andato con lo staff della Rete Semi Rurali alla stazione di Bergamo. La stazione di Bergamo ha una banca di germoplasma con centinaia di vecchie varietà di mais italiano e da lì abbiamo fatto una popolazione. Quindi tu devi essere uno di quelli che l’ha ricevuta. Forse c’era qualche incrocio con qualche Sudamericana.

Sì, erano 3 varietà, all’interno c’era una popolazione di 38, credo varietà diverse, quasi tutte italiane e 3 o 4 sudamericane.

Sì, perché un ricercatore aveva molti contatti in Sudamerica, quindi andava spesso a prendere del materiale.

E quindi sono un sostenitore anch’io perché ho visto dei risultati. I risultati più grossi li ho visti sulle popolazioni di frumenti; io adesso coltivo una popolazione di frumenti che ormai, anno per anno, scambio con dei contadini e aggiungo, recupero qualche manciata di semi che non avevo, aggiungo per la mia miscela e risemino ecc. ecc. e ho notato che effettivamente si è sviluppata resilienza nel senso che coltivo una varietà che sono una taglia più bassa, una taglia più alta, ma insieme si sono dimostrate molto più forti rispetto all’allettamento, perché di fatto quelle più basse sostengono in qualche modo quelle più alte e quelle più alte creano minor compattezza di fronte al vento e quindi stanno su meglio.

Questa, infatti, è una novità e una strategia alla quale bisogna porre molta attenzione, perché tutta la ricerca che è stata fatta sulle popolazioni, dice che, col tempo, quelli bassi scompaiono. Quindi bisogna un po’ tenere d’occhio l’evoluzione ed eventualmente, ogni tanto, rimetterli dentro, perché non soltanto hanno quell’effetto positivo sull’allettamento, ma hanno ulteriormente la capacità di controllare le infestanti perché creano una sorta di sottobosco.

Sì, è come se fossero una cover crop.

Infatti, una delle cose che colpisce di più i non credenti è vedere questi campi dove non ci sono infestanti, ma non ci sono neanche le ruote del trattore che ha spruzzato il diserbante.

Io dal punto di vista agronomico sono molto convinto del fatto che miscelare dia la possibilità di migliorare e di adattare all’ambiente, ci sono degli ostacoli burocratici, in effetti. Anche questo discorso dello scambio dei semi non è sempre così semplice, nel senso che poi la certificazione biologica comporta tutta una serie di burocrazia, di documentazione per dimostrare che uno ha usato un certo metodo secondo le normative ecc. ecc. che, in qualche modo, 1) impongono che i semi vengano comprati da un’azienda sementiera e non scambiati tra agricoltori, cioè io mi prendo una segnalazione, un cartellino giallo se compro del seme, anche se biologico, da un altro agricoltore.

Un altro nome da segnarvi in agenda è Antonio Lofiego. Lavora nell’unica ditta sementiera italiana che produce semi biologici, che è Arcoiris e tutte le volte che avete qualche dubbio su quello che potete fare, come farlo e cosa dovete evitare, chiamate Antonio anche a nome mio, perché anche questo, nel mondo del biologico, dovrebbe cambiare notevolmente. Con il nuovo regolamento del biologico. Studiatelo bene perché lì dentro ci potrebbero essere molte delle risposte a questi problemi. Una strada che noi stiamo cercando di percorrere è che nell’ambito di una certa comunità di agricoltori che condivide queste idee, questi principi, questa visione dell’agricoltura e del mondo, qualcuno diventi ditta sementiera. E non è molto complicato: purtroppo varia da regione a regione e dipende molto dagli uffici fitosanitari che hanno una serie di richieste, ma spesso e volentieri basta un minimo di attrezzature che si potrebbero eventualmente acquistare come gruppo, perché a quel punto tu hai un centro dove stoccare i semi, perché un altro dei grossi problemi è facile parlare “mi riapproprio del seme”, voi sapete benissimo che in tantissimi posti, nel nord del mondo, il sapere come conservare il seme del frumento dal momento della raccolta al momento della semina, quella conoscenza è scomparsa. E’ diventato un grosso problema. L’abbiamo fatto per 9000 anni, ce lo siamo dimenticati. Allora, riacquistare anche queste conoscenze o avere – adesso ci sono questi sacconi con l’anidride carbonica – si può fare, ritorniamo al discorso di ricreare queste comunità, in cui queste cose che richiedono un minimo di investimenti si condividono e quindi diventano accessibili. Poi davvero come comunità ti gestisci il tuo seme, decidi in quali campi produrre il seme, cose del genere, e diventi indipendente. Per cui che gli altri continuino ad avere il loro mercato da miliardi di dollari di semi e di pesticidi, noi non li compriamo.

Laura Nervo: domande non ne ho da fare, ma è un mondo che mi appartiene molto. Nel mio settore, forse un po’ meno il discorso della semente perché comunque io parto già comunque dal piantino, però io punto alla resistenza delle piante evitando i trattamenti e soprattutto creando molta biodiversità perché vedo che la presenza delle infestanti crea degli habitat naturali per i predatori, quindi arrivano i parassiti, ma arrivano anche i predatori e creano un ambiente ideale per far sì che poi possano passare sulle coltivazioni. E più passano gli anni più ti rendi conto che quando applichi questa metodologia hai sempre più effetti soddisfacenti perché vedi sempre più il proliferare di predatori e questo è positivo. Poi, in certe situazioni, cerco di riutilizzare direttamente i semi però il mio settore è meno problematico rispetto a quello cerealicolo, perché lì la modificazione genetica è molto più accentuata.

Quello che mi sorprende, quando si parla di biodiversità, è che mentre le persone comuni accettano questo principio del mondo finanziario, cioè se voi andate in banca a investire quattro soldi, la prima domanda che vi fa il consulente finanziario è che livello di rischio vi volete assumere, e se volete ridurre al massimo il rischio, lui vi consiglia di diversificare il vostro portafoglio. Ecco, noi con l’agricoltura abbiamo fatto esattamente il contrario. Quando voglio essere provocatorio presento le popolazioni evolutive come portafogli vegetali.

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