A un agricoltore si vorrebbe chiedere…

“…di produrre bene, di fare attenzione alla terra, di non avvelenarla, perché l’acqua poi

porterebbe quel veleno chissà dove e perché forse un po’ finirebbe anche nelle cose che

mangiamo”.

E poi gli si direbbe di fare attenzione ai semi: “per favore fai in modo

di non usare quelle semenze che sono state manomesse da qualcuno; lasciale perdere;

e se non faranno male meglio, ma noi preferiremmo mangiare quelle che hanno cresciuto

i nostri padri e che loro stessi hanno selezionato nel tempo”.

Gli diremmo anche di cercare un po’ di letame; sì proprio letame, ma non di animali che incolpevoli hanno mangiato carcasse di loro simili, magari anche morti di malattia, ma di bestie allevate con le

solite cose; sì proprio le “solite cose”!

Quelle che chi ha vissuto anche per poco tempo in campagna vedeva portare nelle greppie:

farine di cereali, crusche, foglie di piante, fieno, frutti di scarto, tutto reperito nei dintorni,

e quegli avanzi che finivano dal piatto della gente alla pancia dei loro animali. Ma

non è mica ancora finita; gli diremmo anche di lasciare che quel prodotto cresca come

può: ”non forzarlo, non ti preoccupare se coltivare i tuoi ortaggi come sempre li farà rendere

poco mentre con qualche aiuto artificiale potresti fare molto di più; voglio darli a mio

figlio e vorrei stare tranquillo.

E glieli vorrei dare quando è il momento. Se adesso che è primavera

non sono ancora pronti… pazienza, li mangerà quando sarà l’ ora; oggi c’è dell’altro”.

Di tutto questo quel contadino era già convinto; e se non lo era perché così gli avevano

insegnato, lo era perché quelle erano e sono le condizioni che si è imposto per fare il suo

lavoro al meglio.

Ma lui dice: “bene; mi si chiede di fare quello che vorrei con tutta la

forza; perché anch’io mangio i miei prodotti e vivo proprio lì dove li coltivo: bevo quest’acqua,

respiro quest’aria, mangio il latte di quegli animali; ma non riesco a campare di soli

buoni propositi e la mia famiglia ha bisogno di essere mantenuta, i miei figli vanno a

scuola come gli altri, devo comprare loro i libri e vestirli e devo pensare a tutto ciò a cui

pensano tutte le madri e i padri per mandare avanti la baracca.” E allora proviamo a dire a

quel contadino con cui già condividiamo tanti pensieri: “non ti preoccupare dei prodotti;

non ti preoccupare di venderli ad un prezzo giusto e nemmeno di averli pronti quando sarà il momento. Non ti preoccupare di doverne fare tanti per cavarci qualcosa.

Cerchiamo assieme di capire quale possa essere il tuo giusto compenso per quel lavoro e per quei prodotti e facciamo in modo di mangiarli quando sarà l’ora; noi saremo contenti di pagare il
giusto per la tranquillità di mangiare pulito e tu sarai ricompensato del tuo lavoro e alleggerito
di alcuni pensieri.”
Ecco ritrovata la “semplicità”: una mucca lasciata libera, come libera è nata, mangerà erba,
germogli, e quando li troverà, anche frutti. Il seme di un ortaggio darà il suo frutto in un
germoglio o in una pianta e non sarà senza trattamenti o senza concimi chimici o senza
conservanti dopo il raccolto o senza modifiche genetiche, sarà solo quell’ortaggio di sempre!
Basta col dire che cosa “non” c’è dentro una pianta: ”ti dico che cosa c’è: c’è il mio
tempo, il mio lavoro, la mia cura il mio letame, i semi che ho accudito e il loro tempo per
crescere; e quello che non è mio ti dico dove l’ho preso e come è fatto, ma non voglio più
dire come non è e che cosa non c’è dentro! Io mi chiamo come mi chiamo e non come
non mi chiamo!!!“
Sergio Rossi, esperto di storie e culture del cibo e della cucina

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