Cascina Roncaglia

“Oggi ho più di 60 anni. Alla visita militare, quando ne avevo 18 – ci racconta Aldo Bianciotto, produttore di mele di Bricherasio – dissi a un maresciallone ‘io vorrei fare il carabiniere’. Questo per dire che, pur di togliermi dalla campagna, avrei fatto anche quello. Qua si viveva con la vite, adesso io coltivo quattro filari di vite e la adoro perché mi rilassa, però non avrei potuto viverci.

Nelle famiglie contadine di allora, uno dei figli era destinato a farsi prete. Un mio fratello fu messo in collegio, ma poi non si fece prete: andavamo con la giardinetta a trovarlo due volte all’anno: un ragazzino di 10, 11 anni in collegio in mezzo ai preti, ci rendiamo conto? A me viene la pelle d’oca, però era così. L’altro, il più vecchio, doveva lavorare, dare un sostentamento alla famiglia. Noi avevamo delle bestie, mio padre aveva le sue idee e non lasciava spazio. Il suo “sbaglio” fu di acquistare un terreno che era a frutteto: io ci andavo volentieri nel tempo libero. Andai a potare un inverno intero dietro al mio maestro, Pietro, che mi insegnò pagandomi niente: questa è la gavetta, che faceva anche bene. Due anni dopo, mio padre voleva vendere questo terreno, perché capiva che io non avrei più seguito il suo allevamento e mi sarei avventurato nella produzione della frutta, ma mia mamma, capendo la mia passione, glielo impedì. Con tanti sacrifici comprai un altro pezzetto di terra e piantai degli alberi di mele. Quando mio padre vide che il lavoro andava bene, apprezzò molto la mia iniziativa: erano gli anni ‘80. Poi nel ‘90 la frutta andò male, soprattutto le mele: c’era il kiwi che stava arrivando alla grande e dava rese importanti. Qua, a detta di tutti, è la zona migliore per il kiwi. Io però continuavo a piantare mele e mi dicevano tutti che non ero capace a piantare i kiwi. Non è che non fossi capace, però qua c’era il clima, la terra, ma mancava l’acqua. Io per l’acqua ho fatto delle battaglie: qua siamo in mezzo ai monti e siamo senz’acqua. Nel 2007 portammo l’acqua con una condotta in pressione di 3,5 – 4 km, un progetto partito negli anni ‘60. Con 300 € a giornata di spese nostre.

Io faccio biologico dal 2000 quando abbiamo iniziato la certificazione. Con le mele, il primo anno di conversione più o meno è andato, il secondo anno abbiamo raccolto quattro mele in croce. Poi pian piano siamo andati avanti, fino ad arrivare ad oggi. In alta Valpellice hanno perso l’amore per la frutta, avevamo un patrimonio di varietà fino a 1200 m.

Io ho una cinquantina di varietà diverse: Carla, Grigia Torriana, Champagne, Grenoble e pianto ogni varietà che trovo ancora nelle vallate, oltre a nuove varietà. Adesso, con i problemi che hanno avuto i kiwi, le aziende che facevano solo kiwi hanno ammesso di avere sbagliato a puntare su un’unica coltura”.

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